Piove, fuori.
Ho le cuffie per non sentire le scemenze della tv, e mi spiace non sentire lo scrosciare dell’acqua sui balconi mio e dei piani sotto, e soprattutto l’infrangersi dei goccioloni sull’asfalto. Amo la pioggia d’estate perché è improvvisa e rumorosa. Arriva, fa un po’ di caciara e se ne va. Dietro di sé lascia quell’aria fresca che nessun impianto d’aria condizionata riesce a restituire. Densa. Pungente. Reale.
Oggi son stata sul punto di svenire più di una volta. Da quant’è che non mi sentivo così spossata? Così vulnerabile? Come se il mio fisico, dopo mesi di nervi e muscoli contratti, avesse deciso di sventolare bandiera bianca. Zuccheri su zuccheri, perché non se lo può permettere. Non ora. Tutto abbastanza inutile, comunque. La testa mi girava peggio di due sabati fa, quando ho bevuto qualche birra di troppo.
Poi ha iniziato a piovere.
Il potere che ha l’acqua è incredibile.
L’odore che assume quando si mischia sull’asfalto. La stoffa che si appiccica alla pelle.
Riporta tutto alla propria dimensione corporea.
Mio padre, da nipote di contadini, dice sempre che la pioggia, soprattutto d’estate, significa vita.
Nel mio DNA evidentemente è impressa questa convinzione (e saggezza) atavica.
Ogni temporale d’estate mi fa rinascere.
E questo non fa eccezione.





come ti capisco…per me il temporale d’estate è vita, ricordo, gioia malinconia: migliaia di emozioni insieme…e tanta serenità.
Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell’aria secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immensi
noi siam nello spirito
silvestre,
d’arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, Ascolta. L’accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall’umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s’allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s’ode su tutta la fronda
crosciare
l’argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell’aria
è muta: ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell’ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
( e il verde vigor rude
ci allaccia i melleoli
c’intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m’illuse, che oggi t’illude,
o Ermione.
ehehehe
Sei l’unica che tiene la tele accesa mettendosi le cuffie per non sentirla. Esiste il “mute”, per chi ama vedere le figure, oppure si può spegnere, c’è un bottoncino apposito sul telecomando, di colore rosso.
Se però quella tele la sta guardando qualcun’altro, allora val proprio la pena di uscire fuori ed avere esperienza di quella pioggia, di quegli odori, di quei brividi di freddo…
Giulià poetO sei.
scarmic la stava vedendo mia madre, infatti.
per altro, la mia nemmeno ha il bottoncino rosso
Stavo leggendo “L’eleganza del riccio” e mi sono imbattuta in questa pagina:
“E poi, pioggia d’estate…
Sapete cos’e’ una pioggia d’estate?
All’inizio la bellezza pura che irrompre nel cielo, quel timore rispettoso che si impadronisce del cuore, sentirsi cosi’ irrisori al centro stesso del sublime, cosi’ fragili e cosi’ ricolmi della maesta’ delle cose, sbalorditi, ghermiti, rapiti dalla magnificenza del mondo.
Dopo, percorrere un corridoio e d’improvviso penetrare in una stanza piena di luce. Un’altra dimensione, certezze appena nate. Il corpo non e’ piu’ un’involucro, la mente abita le nuvole, sua e’ la potenza dell’acqua, si annunciano giorni felici, in una nuova nascita.
Poi, come lacrime, che sono talvolta tonde, abbondanti e compassionevoli, si lasciano dietro una lunga spiaggia lavata dalla discordia, cosi’ la pioggia estiva, spazzando via la polvere mobile, e’ per l’anima negli esseri un respiro infinito.
Quindi certe piogge d’estate si radicano in noi come un nuovo cuore che batte all’unisono con l’altro.”