6 07 2009

Qui si muore, e non di vecchiaia.
Frammenti – Metropoli

Scarsa voglia di scrivere. Parlare di me al momento non mi preme. Il che vuol dire che sostanzialmente le cose procedono bene, per quanto riguarda me. Sorrisi e soddisfazioni.
Posso guardare fuori. Anche se mi viene da vomitare.

Il paese va a puttane, il cervello della gente è sempre più in putrefazione.
Pare che l’unico motivo serio di protesta sia l’insoddisfacente campagna acquisti di una squadra di calcio.
C’è un altro G8. All’Aquila. Fra una scossa e l’altra. I capi degli otto paesi in alberghi di lusso e i terremotati nelle tendopoli. Naturale.
Mi ricordo otto anni fa gli pseudo-controlli a Linate, al ritorno da Londra. I cittadini non-UE da una parte, quelli UE dall’altra. Carta d’identità e fine. Era il 19 luglio, e i miei mi dissero che “a Genova avevano già iniziato a fare casino”. Cinque mesi dopo durante l’autogestione seppi dalla voce di Enzo Baldoni che quel giorno ci fu una manifestazione pacifica. Come tutte le manifestazioni a cui ho preso parte in seguito e che i miei hanno sempre disapprovato.
Come vorrebbero esserlo tutte le manifestazioni, non fosse che quando noti la prima volta lo sguardo che hanno i celerini capisci che Gandhi era un utopista, folle come tutti gli utopisti.

(I miei non sanno che fra le mie fotografie preferite di tutte quelle che ho fatto c’è quella del murales dedicato a Carlo Giuliani fatto da Ozmo e altri, che fino a due anni fa campeggiava di fronte all’ex-Bulk.
I miei non sanno che il Conchetta è il Cox 18, ovvero un centro sociale. Che Villa Vegan si chiama Villa Vegan Occupata. Che alcuni dei miei amici hanno occupato, vissuto, tenuto in vita finché sono esistiti il Malamanera, il Bulk, il Garibaldi, il Boccaccio, il Paso.
I miei non capiscono cosa urlano BelliCosi e Kafka e Cripple Bastards e La Crisi e Laghetto e tutti gli altri altrimenti capirebbero che non li ascolto solo perché mi piace il casino.)

Qualche giorno fa parlando con mia sorella mi sono lanciata in una difesa appassionata degli squatter e di chi occupa. Questo dopo che all’esame di Progetto urbano ho usato parole da veltroniana rispetto la questione CIE di via Corelli, non sapendo che entrambi i docenti fossero dell’idea che i CIE andrebbero rasi al suolo. Il mio Super Io accoglie gli insulsi inviti alla moderazione di Napolitano, e lo scopro solo ora. Eh no, che cazzo, se c’è un momento in cui bisogna essere intransigenti è proprio questo.

E mi convinco sempre più che se la situazione non esplode da sé, va fatta esplodere. A stare a guardare e alzare una mano ogni tanto pare evidente che non solo non succede nulla, ma non si viene nemmeno considerati.

Chiedetemi perché ascolto musica incazzata da otto anni e ancora non smetto di farlo.





cromosoma X

28 06 2009

And like that heart that got in the way
I’ll become the lost cause

(Converge – Distance And Meaning)

Non so perché, ma la conclusione che trasuda è sempre la solita: menti a te stessa e vali di meno.

Certi discorsi fra portatrici sane di ovaie fanno sì che la cosa più importante di tutto, non è che tu stia bene e sorrida e ti senta parte di qualcosa, ma che ci sia un essere di sesso maschile (o femminile, se si ha amiche lesbiche, o di ambo, se bisex) a riempire la tua testa. Ricambiato però. Se tutto è aleatorio allora c’è l’implicito che o succede qualcosa o succede qualcosa, che deve succedere qualcosa no? Non parliamo di quando non riesci a spiegare che sì, ti interessa un po’ qualcuno, ma non è al centro dei tuoi pensieri e te ne frega relativamente, se non succede nulla non andrai in paranoia né passerai mesi a piangere né ti ubriacherai né farai di peggio.

Mi rendo conto che è difficile spiegare e far capire quanto lavoro ho fatto su me stessa a chi mi ha vista in condizioni pietose più di una volta. Mi rendo conto che consigliare quello che penso sia l’unica cosa consigliabile è poco commestibile. Eppure cosa non torna in: “vivi il presente, pensa al massimo a domani. Non puoi rovinarti un oggi in cui hai una piccola certezza col pensiero di un futuro che non puoi sapere. The future is unwritten, dicevano i Clash. Lo scrivi tu, ma lavorando sull’oggi, godendotelo appieno senza paranoie. Anche se sei “presa”. Soprattutto perché lo sei”? Perché mi sembra così dannatamente sensato, quando me lo dico in macchina mentre svolto alla fine della zona industriale di Boretown? E che sia applicabile a tutto, non solo allo scontro ormon-sentimentale?

Mi chiedo se non si legga, sulla mia faccia, che ho acquisito un certo qual equilibrio, o se le persone siano così abituate a vedermi, a sentirmi parlare, da non rendersene conto. Non ho bisogno di un +1 per sorridere. In passato l’ho detto altre volte, ma ora lo sento e lo penso con tutta quanta me stessa. Non è necessario e sono, mi sento, donna come e tanto chiunque altra. E non sono mai stata così sincera, con gli altri e soprattutto con me stessa.

Perché allora sento il bisogno di scriverlo tipo giustificazione? Semplice. Temo sia che certi modelli siano così incosciamente radicati che il conflitto interiore sia inevitabile. L’identità non è così liquida come sembra in apparenza.

Sempre detto che ci avrei guadagnato, a nascere maschio.





il n’y a que le régime

26 06 2009

Avrò i miei motivi per non voler mai andare a fare gli esami del sangue, fobia degli aghi in vena a parte.
So fin troppo bene quale sarà la conseguenza.

La tragedia.
Rigar dritto drittissimo a passo marziale.
Uno-due-uno-due.

Se non altro perderò quei tre chili che ho messo su durante l’inverno. Niente carne (ma non è uno sforzo enorme), niente fritti, niente cibi conditi. Basta con le paste fredde e basta con le sarzolle e gli hot-dog. Gelati e cioccolato assolutamente verboten. Via con yogurt magro 0,1 di grassi, biscotti secchi, tofu, seitan, pesce al vapore (ma questo non è uno sforzo enorme), tutto grigliato e al vapore o a crudo. Dovrei anche eliminare caffè e alcool ma non sono così masochista.

Quando inizierò a non sentir più i morsi della fame sarà un giorno di gloria.
Il prima possibile, magari.





lunedìocane

22 06 2009

Lividi e gambe doloranti e volantini raccattati in ogni dove e spillette e non posso ridere che mi fa malissimo la schiena se rido, ma tanto c’è poco da ridere oggi.

Chissà perché il tempo che si impiega ad andar via da Milano è sempre più lungo di quello che ci si impiega a tornare, del tutto inversamente proporzionale alla voglia di allontanarsene e avvicinarsene.

Quello che potrebbe essere. Pensaci. Non troppo, altrimenti diventa autolesionismo.

Mal di testa, c’è una falla nella diga, rappezziamola in fretta prima che esploda e poi son cazzi.

Posso tornare indietro a sabato pomeriggio?

mentre poco fa attimi di gioia esplosiva
mentre fra poco ancora parole e risate
ma adesso solo buio
adesso tutto dentro
tutto così lontano

(Negazione – Tutto dentro)





Pioeuf, pioeuf, la gaina l’a faa l’oeuf

20 06 2009

Piove, fuori.

Ho le cuffie per non sentire le scemenze della tv, e mi spiace non sentire lo scrosciare dell’acqua sui balconi mio e dei piani sotto, e soprattutto l’infrangersi dei goccioloni sull’asfalto. Amo la pioggia d’estate perché è improvvisa e rumorosa. Arriva, fa un po’ di caciara e se ne va. Dietro di sé lascia quell’aria fresca che nessun impianto d’aria condizionata riesce a restituire. Densa. Pungente. Reale.

Oggi son stata sul punto di svenire più di una volta. Da quant’è che non mi sentivo così spossata? Così vulnerabile? Come se il mio fisico, dopo mesi di nervi e muscoli contratti, avesse deciso di sventolare bandiera bianca. Zuccheri su zuccheri, perché non se lo può permettere. Non ora. Tutto abbastanza inutile, comunque. La testa mi girava peggio di due sabati fa, quando ho bevuto qualche birra di troppo.

Poi ha iniziato a piovere.

Il potere che ha l’acqua è incredibile.
L’odore che assume quando si mischia sull’asfalto. La stoffa che si appiccica alla pelle.
Riporta tutto alla propria dimensione corporea.
Mio padre, da nipote di contadini, dice sempre che la pioggia, soprattutto d’estate, significa vita.
Nel mio DNA evidentemente è impressa questa convinzione (e saggezza) atavica.
Ogni temporale d’estate mi fa rinascere.

E questo non fa eccezione.





ho un ombrello nel culo che si apre da sé

18 06 2009

Ho una punta d’acidità nascosta, oggi, pronta a schizzar fuori appena si presenti una valida occasione per farlo.

Odio gli esibizionismi. Mi irrita quando qualcuno sbandiera il raggiungimento di uno status (che poi è uno status symbol pure quello) che agognava da tempo perché anche il mondo se ne compiaccia. Posto che al mondo potrebbe non fregargliene affatto, quel che mi vien da chiedere è: ma questo status, rende una persona migliore rispetto a prima? Riesce a modificare la percezione che gli altri hanno di essa?
Mi rispondo che no. Mi rispondo che sono un mucchio di cazzate. Mi rispondo con le prime parole di Tutto uguale.

Poi mi rispondo che, in fondo, cazzo me ne frega?





*Beeeeeeeep*

15 06 2009

Il post potrebbe contenere aggettivi qualificativi che potrebbero offendere categorie di persone, idee, credenze ed integralisti del politicamente corretto.
Chi si sentisse chiamato in causa, controlli il significato di “ironia”, “sarcasmo”, e “fare i cazzoni” su wikipedia o sul de Mauro, prima di petare.

Temo che aver scelto “Sfortuna” come titolo per l’album nuovo non sia stato beneaugurante per i Fine Before You Came. Da brava mezza terrona, quindi superstiziosa, avrei pensato ad un’altra soluzione, che più che esorcizzare così ce la si chiama. La mia metà lombarda, o meglio, il mio quarto milanese (mia nonna, cremonese, era una delle ultime conoscitrici del corpus delle superstizioni contadine) è sufficientemente cinico che non solo ho comprato la maglietta con la nuvola con al centro la scritta sfortuna e da cui piove lungo tutto il davanti, ma l’ho presa pure viola. A sfregio totale.

Comunque, dicevo, se la sono tirata con questo titolo. Nel giro di tre sere, una catena di eventi nefasti: il furgone che si rompe, i problemi di comunicazione dei locali. Poi quando sembra andar tutto bene, a chiusura di una serata sudore e lividi in puro stile arrcorr rock and roll, con tanto di fili di microfoni attorcigliati attorno al collo, passeggiate in mezzo alla folla, salti e lanci di scarpe.
Dopo mezz’ora di pura emozione così forte che non puoi che sorridere e ridere.
Dopo mezz’ora di voci e braccia e sguardi all’unisono.
Dopo mezz’ora che stai incollata al muro cercando di non essere travolta e nel contempo di mettere a fuoco.
Dopo solo mezz’ora.
Eccola.
La dimostrazione che la legge di Murphy è l’unica legge che governa il mondo.
La nuvola da cui piove a dirotto.
La sfiga.
Sotto forma di una corda che si rompe.

Dire “negro” a Villa Vegan e scherzare sul fatto che i suoi occupanti siano estremamente sensibili sul tema pare essere offensivo.
Colpa d’Alfredo, colpa di Vasco, colpa della terminologia, colpa dell’andare contro il politicamente corretto?
Per quanto sarebbe bello dare la colpa a Vasco Rossi.
La colpa sta nell’incapacità di certe persone fortemente ideologizzate di fare autoironia, ogni tanto. Ché va bene l’impegno e le idee, ma un po’ di leggerezza ci vuole, diocane.
Il che non vuol dire inneggiare alle camicie grigie, ma fare i cazzoni con la piena consapevolezza di farlo per ridere, non credendoci sul serio.
Tipo quando vai in manifesta per i diritti dei migranti e pigli per il culo i latin kings. Tipo.
Altrimenti, è una censura unica. Alla strafacciazza dell’anarchia.

Ma lo so, comunque. La colpa è anche e soprattutto colpa di quel titolo. Ne sono certa…





Verità supposte

11 06 2009

Quando ho scoperto che chi canta in growl usa il diaframma e quindi non dilania le proprie corde vocali, ci sono rimasta un po’ male. Scoprire che per vomitare addosso rabbia e violenza ci vuole studio e tecnica mi ha fatto dubitare dell’effettiva sincerità di quelle grida. Perché, se la voce arriva da un corretto uso di un muscolo e non dalla pancia e dalla gola, se nessuno si fa male, chi può assicurarmi che la rabbia sia vera e sentita? Che non sia una posa?

Sta fissa della sincerità, poi, perché, non lo so. Che non è detto che ciò che non sia meditato non sia sincero, poi. E, viceversa, che tutti i gesti spontanei siano sentiti al cento per cento. Per non parlare degli sguardi. Chi dice che certi sguardi non siano dei riflessi incondizionati?

E poi, la rabbia nel grind c’è, eccome, tutta quanta. Vera, pura e sentita. Palpabile. Non mi verrebbe da scuotere ripetutamente su e giù la testa per quasi un’ora, altrimenti.

(Devo smetterla di fissarmi sulle cose a cui farei meglio non dare troppa importanza; perché non lo sono, importanti. Non-lo-sono.)





Vixi

8 06 2009

Raffreddore cosmico, ovvero rincoglionimento totale finché non sopraggiungono una serie infinita di starnuti. La voce è chiaramente scesa quel che basta per farmi sembrare meno femmina di quanto non lo sia già.
Se stessi a guardare cosa mi resta fisicamente di questo weekend avrei fatto bene a starmene a casa a studiare storia della lingua inglese e fare qualche traduzione.

Invece ho fatto bene a uscire di casa prestissimo e a tornare tardissimo, con buona pace della mater astiosa. Ho fatto bene a fregarmene di etilometri e di autocensure.

Ho riso.
Ho ballato.
Ho mangiato poco e bevuto tanto.
Ho parlato con mezzo mondo.
Ho visto papi in ogni dove, appesi al muro, attaccati a sedie, su palloncini e incorniciati da luci psichedeliche.
Ho cantato tutte le canzoni dei Superelastici parola per parola, perché le ho scritte io, l’ha confermato Gionata.
Ho sudato.
Ho preso in giro tutti.
Ho subito ridendo le prese in giro sul mio conto.
Ho passato la domenica mattina in hangover totale.
Ho ricevuto conferme che la mia pancia non sbaglia mai, ma nella calma più totale.
Ho abbracciato stritolato coccolato le persone più splendide che conosca.
Ho conosciuto gente che meritava d’esser conosciuta.
Ho fatto foto assolutamente a caso data la difficoltà di mettere a fuoco.
Ho fatto sicuramente cose che ricordo poco e che prima o poi salteranno fuori e riderò un casino.
Ho sorriso per davvero.
E continuo a farlo ora, anche se smoccolo e sono mezza in trance e mezza trans.

(Certe volte mi rendo conto di esser davvero più emo della peggio emo di questa terra.)

Gli pseudo-obiettivi, le scadenze, gli oroscopi, le aspettative altrui.
Disattesi uno per uno.
Sono un soggetto fallimentare. Il cavallo sbagliato su cui puntare.
Però sorridente.





Scrivi qualcosa

5 06 2009

Qualcosa.

Aspetto di aver davvero qualcosa da dire, inutile continuare con bla bla bla per far lavorare il mio cervello.

Ecco.